Ci sono 33°C e io al momento vorrei vivere
dentro un frigo. Sono spiaggiata su uno dei tre letti che occupano la mia
stanza in cerca di un conforto per la mia testa e per le mie gambe che con
questo caldo rischiano di diventare come gli sfilatini che lievitano nel forno.
Sta cambiando la stagione. Fino a due
giorni fa pioveva abbastanza e per quanto incutesse un po’ di timore era bello
quel vento freddo che si alzava con violenza per annunciare il temporale. O per
lo meno è bello ricordarlo adesso.
Sono a Bissau da poco più di una settimana
ma la maggior parte del tempo l’ho passata qui dentro al CIFAP dove dormo,
mangio, studio e lavoro. Siamo un po’ lontani dal centro e il problema
principale è che non posso muovermi autonomamente. Non mi sento ancora in grado
di prendere la moto da sola e i mezzi pubblici non arrivano ancora fin qui; le
strade sono ancora devastate dalla stagione delle piogge e non vorrei rischiare
di perdermi a piedi tra le sterpaglie, soprattutto dopo che ho scoperto che qui
attorno è pieno di cobra.
Proprio il giorno del mio arrivo O. ne ha
ucciso uno piccolino che si aggirava attorno alla casa. Panico. Non è stata
proprio l’accoglienza che mi aspettavo, ma poi certe cose capisci che devi
metterle in conto. Il quartiere è carino, pieno di villoni di ambasciate,
ministri e quant’altro che spiccano tra i baobab e le erbacce e c’è una discoteca
che ci concilia il sonno.
Per quanto riguarda il centro città, in
realtà, ho visto in fretta e dalla moto e
con la paura di cadere da un momento all’altro, tante cartoline che si
alternano alle immagini che ho in testa della Bissau ancora portoghese. Qui la
manutenzione non esiste, si lascia che le cose muoiano pian piano, ma è affascinante
vedere come i luoghi possono essere reinventati in base al gusto di chi ci
vive.
L’altra sera F. mi ha portato a mangiare
la capra. Mille FCFA per ogni pezzo di capra scelto da un banco in cui si
mescolano carne cruda, mosche e capelli di chi con tanta foga spinge la
forchetta per scegliere le parti con più polpa. Siamo seduti fuori da un
container al bordo di una strada. Qui il container va di moda. C’è quello del
parrucchiere, container per le unghie, quello che ti vende ricariche e
qualsiasi cosa possa servirti al momento e quello che si trasforma in
bar-ristorante e ti permette di mangiare capra e cipolle accompagnati da una Superbock
o da una Cristal mentre un ragnetto decide di punzecchiarti le gambe. Il tutto
con le macchine che passano a due metri e scaricano i loro fumi per dare quel
tocco in più al sapore della tua cena.
Se per sopravvivere esiste realmente il
principio della selezione naturale, beh, allora io sono contenta di non avere gusti
sofisticati.
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