martedì 16 ottobre 2012

Ma che caldo fa...

Ci sono 33°C e io al momento vorrei vivere dentro un frigo. Sono spiaggiata su uno dei tre letti che occupano la mia stanza in cerca di un conforto per la mia testa e per le mie gambe che con questo caldo rischiano di diventare come gli sfilatini che lievitano nel forno.
Sta cambiando la stagione. Fino a due giorni fa pioveva abbastanza e per quanto incutesse un po’ di timore era bello quel vento freddo che si alzava con violenza per annunciare il temporale. O per lo meno è bello ricordarlo adesso.
Sono a Bissau da poco più di una settimana ma la maggior parte del tempo l’ho passata qui dentro al CIFAP dove dormo, mangio, studio e lavoro. Siamo un po’ lontani dal centro e il problema principale è che non posso muovermi autonomamente. Non mi sento ancora in grado di prendere la moto da sola e i mezzi pubblici non arrivano ancora fin qui; le strade sono ancora devastate dalla stagione delle piogge e non vorrei rischiare di perdermi a piedi tra le sterpaglie, soprattutto dopo che ho scoperto che qui attorno è pieno di cobra.
Proprio il giorno del mio arrivo O. ne ha ucciso uno piccolino che si aggirava attorno alla casa. Panico. Non è stata proprio l’accoglienza che mi aspettavo, ma poi certe cose capisci che devi metterle in conto. Il quartiere è carino, pieno di villoni di ambasciate, ministri e quant’altro che spiccano tra i baobab e le erbacce e c’è una discoteca che ci concilia il sonno.
Per quanto riguarda il centro città, in realtà, ho visto in fretta  e dalla moto e con la paura di cadere da un momento all’altro, tante cartoline che si alternano alle immagini che ho in testa della Bissau ancora portoghese. Qui la manutenzione non esiste, si lascia che le cose muoiano pian piano, ma è affascinante vedere come i luoghi possono essere reinventati in base al gusto di chi ci vive.
L’altra sera F. mi ha portato a mangiare la capra. Mille FCFA per ogni pezzo di capra scelto da un banco in cui si mescolano carne cruda, mosche e capelli di chi con tanta foga spinge la forchetta per scegliere le parti con più polpa. Siamo seduti fuori da un container al bordo di una strada. Qui il container va di moda. C’è quello del parrucchiere, container per le unghie, quello che ti vende ricariche e qualsiasi cosa possa servirti al momento e quello che si trasforma in bar-ristorante e ti permette di mangiare capra e cipolle accompagnati da una Superbock o da una Cristal mentre un ragnetto decide di punzecchiarti le gambe. Il tutto con le macchine che passano a due metri e scaricano i loro fumi per dare quel tocco in più al sapore della tua cena.
Se per sopravvivere esiste realmente il principio della selezione naturale, beh, allora io sono contenta di non avere gusti sofisticati. 

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