Cosa stia succedendo di
preciso nel paese è chiaro a pochi e le informazioni che si hanno sono spesso
scarse e confuse. Non conosco i giornali locali e il loro livello di
affidabilità, ma è certo che acquistando l’ultimo numero dal ragazzo al
tavolino del bar c’è sempre il rischio che l’ultimo numero sia in realtà quello
uscito la settimana precedente. L’ambasciata francese ha chiuso i battenti, i
militari hanno circondato le altre sedi diplomatiche per impedire che
oppositori e affini possano chiedere e ottenere asilo politico e nel frattempo qualcuno,
scelto ad hoc, ha ricevuto un bel po’ di bastonate. Tutto questo lo sappiamo
solo grazie al blog che ho linkato la volta scorsa e per quanto siano stati
tirati in ballo Portogallo, CPLP, lotta al traffico di droga internazionale, CEDEAO,
embargo, Unione Europea, la visibilità data alle vicende politiche della Guinea
Bissau è sempre molto ridotta. Colpa forse anche della popolazione, poco
interessata alle questioni politiche e poco propensa a farsi distrarre da eventi
che non rientrano nella lenta ritualità della vita quotidiana.
Noi per primi viviamo
impassibili la nostra routine, anche se con un occhio di riguardo alle notizie
per cercare di capire come si evolverà la situazione. La mattina è sempre la
stessa sveglia, con il sole che trapassa le tende e ti obbliga ad aprire gli
occhi. Colazione frettolosa con pane, biscotti e marmellata di baobab. Un po’
di frutta, ogni tanto un dolce diverso, l’altra volta il miele appena fatto
portato direttamente da Bula: un godimento puro sentirlo scendere e scaldare la
gola mentre sei intento a masticare la cera da sputare.
Le giornate, poi, passano così,
ad inseguire la gente con cui devi parlare, ad aspettare invano che poi questa
gente passi in ufficio, a studiare, a scrivere, a risolvere problemi che non
sono i tuoi. Sono giornate calde, che si trascinano a fatica verso il tramonto
come si trascina qualsiasi cosa verso la fine in questo paese. C’è una specie
di inerzia nelle persone, nel loro modo di vivere, che rende impossibile
qualsiasi programmazione del tempo. Sembra che tutti aspettino qualcosa e
nessuno si preoccupa di andarlo a cercare. Rimango affascinata quando il
pomeriggio li vedo tutti lì seduti sotto l’albero davanti alla direzione,
ognuno per i fatti suoi; nemmeno a dire che stanno chiacchierando! E mi viene
da chiedere quasi con invidia.
...Ma cosa
fanno?...
Mi accorgo che lo sforzo
maggiore da fare per sentirsi pienamente in sintonia con questa nuova realtà
che ho scelto di abitare sia proprio quello di lasciarsi andare al tempo che
scorre, senza chiedersi che ora è e senza pretendere di riuscire a far tutto
entro le scadenze prefissate. Probabilmente la soluzione migliore è non avere
proprio alcuna scadenza da rispettare. Ma è difficile farlo sapendo che prima o
poi si tornerà a casa e che, una volta in Italia, tornerò ad essere sempre in
ritardo su tutto e a sentirmi ancora lenta, per un mondo che corre troppo in fretta
e che non ha voglia di aspettarmi.