lunedì 29 ottobre 2012

Chi ha tempo aspetti tempo

Cosa stia succedendo di preciso nel paese è chiaro a pochi e le informazioni che si hanno sono spesso scarse e confuse. Non conosco i giornali locali e il loro livello di affidabilità, ma è certo che acquistando l’ultimo numero dal ragazzo al tavolino del bar c’è sempre il rischio che l’ultimo numero sia in realtà quello uscito la settimana precedente. L’ambasciata francese ha chiuso i battenti, i militari hanno circondato le altre sedi diplomatiche per impedire che oppositori e affini possano chiedere e ottenere asilo politico e nel frattempo qualcuno, scelto ad hoc, ha ricevuto un bel po’ di bastonate. Tutto questo lo sappiamo solo grazie al blog che ho linkato la volta scorsa e per quanto siano stati tirati in ballo Portogallo, CPLP, lotta al traffico di droga internazionale, CEDEAO, embargo, Unione Europea, la visibilità data alle vicende politiche della Guinea Bissau è sempre molto ridotta. Colpa forse anche della popolazione, poco interessata alle questioni politiche e poco propensa a farsi distrarre da eventi che non rientrano nella lenta ritualità della vita quotidiana.
Noi per primi viviamo impassibili la nostra routine, anche se con un occhio di riguardo alle notizie per cercare di capire come si evolverà la situazione. La mattina è sempre la stessa sveglia, con il sole che trapassa le tende e ti obbliga ad aprire gli occhi. Colazione frettolosa con pane, biscotti e marmellata di baobab. Un po’ di frutta, ogni tanto un dolce diverso, l’altra volta il miele appena fatto portato direttamente da Bula: un godimento puro sentirlo scendere e scaldare la gola mentre sei intento a masticare la cera da sputare.
Le giornate, poi, passano così, ad inseguire la gente con cui devi parlare, ad aspettare invano che poi questa gente passi in ufficio, a studiare, a scrivere, a risolvere problemi che non sono i tuoi. Sono giornate calde, che si trascinano a fatica verso il tramonto come si trascina qualsiasi cosa verso la fine in questo paese. C’è una specie di inerzia nelle persone, nel loro modo di vivere, che rende impossibile qualsiasi programmazione del tempo. Sembra che tutti aspettino qualcosa e nessuno si preoccupa di andarlo a cercare. Rimango affascinata quando il pomeriggio li vedo tutti lì seduti sotto l’albero davanti alla direzione, ognuno per i fatti suoi; nemmeno a dire che stanno chiacchierando! E mi viene da chiedere quasi con invidia. 

...Ma cosa fanno?...


Mi accorgo che lo sforzo maggiore da fare per sentirsi pienamente in sintonia con questa nuova realtà che ho scelto di abitare sia proprio quello di lasciarsi andare al tempo che scorre, senza chiedersi che ora è e senza pretendere di riuscire a far tutto entro le scadenze prefissate. Probabilmente la soluzione migliore è non avere proprio alcuna scadenza da rispettare. Ma è difficile farlo sapendo che prima o poi si tornerà a casa e che, una volta in Italia, tornerò ad essere sempre in ritardo su tutto e a sentirmi ancora lenta, per un mondo che corre troppo in fretta e che non ha voglia di aspettarmi.





martedì 23 ottobre 2012

Lezioni di Kriol - Parte I


ISTRUZIONI PER L’USO:
pronunciare le frasi seguenti con il labbro superiore sollevato, in modo sguaiato e sbiascicando le parole.

Bon dia, kuma ki bu sta? No sta ben, obrigadu.
Buongiorno, come stai? Noi stiamo bene grazie.

Kuma ku (ki+bu) mansi? N’mansi diritu.
Come ti sei svegliato? Mi sono svegliato bene.

Kuma di kurpu? Kurpu sta diritu.
Come va la salute? La salute va bene.

Abós, nunde ki bo mora nel?
Dove abitate?

Nunde ku na bai? 
Dove vai? 
(mentre si porge questa domanda si fanno roteare le mani fino a mostrare i palmi al nostro interlocutore; il tutto con poca delicatezza, mi raccomando!)

N’ka sibi.  
Non lo so.

Nde ke e na bai? 
Dove stanno andando?

Nde ki bu dibi di bai?  
Dove devi andare? 
Bu dibiba di bai o Bu dibi di bai.  
Dovevi andare.  
(pronunciate queste ultime tre frasi, che sembrano più che altro le formule magiche della Fata Madrina di Cenerentola, aumentando la velocità di volta in volta. Vince chi riesce a non sbagliare e soprattutto a non ridere)

Kuma ki nomi di bu pape? Si nomi i Djon.
Come si chiama tuo padre? Si chiama Giovanni.

No misti cuatru kamati.
Vogliamo quattro pomodori.

N’mistil! 
Lo voglio!


- FRASE DEL GIORNO:
Tcuba na tcubi!  =  Sta per piovere!

- PAROLA DEL GIORNO:
Pekadur = Persona. 
(Che questo spostamento di significato della parola di derivazione portoghese abbia un’origine religiosa è molto probabile. È comunque davvero curioso, per me che sono europea e che associo un altro significato al suono della parola peccatore, sentir parlare di ogni persona in questo modo: si ha come l’idea di una sorte condivisa a cui non si sfugge e di un senso di umiltà che noi occidentali abbiamo forse un pó perso dietro al nostro delirio di onnipotenza)

lunedì 22 ottobre 2012

Due impavide


In questi giorni la casa è un ospizio. F. ha la malaria, E. l’ha avuta fino a tre giorni fa ma ha ancora un raffreddore da spavento e M. si trascina per la cucina con l’aria perennemente stanca. Ho passato il finesettimana con G. ed è stata un’avventura.
Venerdì sera l’ho raggiunta in un locale in cui pian piano sono arrivati tutti gli altri. Il posto é uno stanzone illuminato da luci blu, con palme finte al posto di colonne e manichini a mezzo busto sparsi per la sala. Sembra di partecipare a uno showroom di Tezenis. Ci sono anche i completini intimi, ma purtroppo sono solo dipinti. Solo duemila FCFA per due caipirinhe gelide. Resto un po’ dubbiosa sui probabili danni che quel ghiaccio creerà al mio corpo, ma le gocce di sudore sulla mia faccia e su quella del barista mi invitano a rimandare questo pensiero al giorno dopo e seguendo il consiglio del buon Lucio (lo scopriremo solo vivendo) caccio via la paura e mando giù una bella sorsata.
Ballo canzoni che non sentivo da anni, il deejay ha idee confuse e alterna la salsa, i Los Locos e Bob Marley, vengono riesumati i Buraka Som Sistema con la loro Wegue Wegue che mi riporta direttamente a tre anni e mezzo fa quando a Lisbona era ormai diventata un tormentone. Diamo ragione a Fabri Fibra quando dice che l’italiano balla male? Non ne sono convinta, ma è sicuro che A. ci ha dato una bella dimostrazione di come usa il corpo una guineense, e io non penso di essere in grado di muovermi allo stesso modo.
Mi risveglio assetata e dolorante alle ottomenounquarto. Non serve a niente bendarmi gli occhi col lenzuolo. Sono ormai abituata ad alzarmi presto e anche il finesettimana diventa quindi una tragedia.
Dopo un sabato passato metà al Centro Culturale Francese e metà agonizzante sul divano si decide di andare la domenica a Quinhámel dal libanese, sul fiume, a mangiare ostriche, fare il bagno e prendere il sole. La strada è scorrevole e ci sono poche macchine. Appena arrivate scopriamo che io e G. siamo le uniche clienti del giorno; tutto un po’ strano per essere domenica. Sulla riva del fiume sono appostati alcuni agenti della Guardia Nacional e le poche persone che stanno lavorando al bar ci guardano stupite. Una signora italiana che abita lì in un bungalow ci chiarisce la situazione. Stanotte c’è stata una sparatoria nella Base Aérea di Bissalanca e sono morte sei persone, tutte le strade sono state bloccate per un po’ e sono in corso dei sopralluoghi per cercare dei ribelli. In questi casi è meglio non uscire di casa, o almeno non andare proprio a Quinhámel considerando il fatto che Bissalanca è a due passi da qui sulla strada che abbiamo percorso con molta nonchalance tra due chiacchiere, due risate e le varie buche che G. non riesce proprio ad evitare. Mi si gela il sangue. Qui tutti hanno già vissuto il colpo di stato di Aprile e sono un po’ più preparati; per me è la prima volta che entro in contatto con i disordini di questo paese: mi sento una novellina che non sa cosa aspettarsi e la prima reazione è paura.
Ci guardiamo tra un’ostrica e l’altra e ridiamo nervosamente pensando a quanto possiamo sembrare ridicole: nel posto sbagliato al momento sbagliato ci siamo solo noi due, due italiane bianche che proprio oggi non potevano rinunciare alla loro gita sul fiume. M. mi chiama e mi dice di non tornare troppo tardi. Il pericolo, oltre a quello di incappare in una poco probabile ma sempre possibile sparatoria, è quello di non riuscire a tornare a Bissau per via del blocco stradale. Distendiamo un po’ i nervi con un tuffo in piscina e un gelato al cioccolato; c’é talmente tanta pace attorno che è davvero difficile sentirsi in pericolo. Il viaggio di ritorno lo facciamo in tandem con il libanese e la sua famiglia. Un uomo in uniforme mimetica ci ferma, sale sul cassone del pick-up e ci ordina di proseguire sulla strada. Nei miei occhi il panico assoluto. Siedo sul sedile destro rigida come un burattino di legno. Quando capiamo le sue intenzioni G. lo fa scendere spiegando che da contratto ha il divieto di trasportare persone de buleia. Dopo chilometri in silenzio siamo finalmente a Bissau. Non so quali siano state le dinamiche di stanotte, non so chi fosse quell’uomo, se fosse realmente un militare, né cosa sarebbe successo se l’avessimo accompagnato fino alla sua destinazione. So solo che oggi il mio battito era più veloce del solito e che ora sono contenta sia andato tutto bene.

Per chi fosse interessato:

giovedì 18 ottobre 2012

Bissau 091012


WANTED
Oggi ho dedicato la mattinata al mio cartão di residenza. E sono andata a fare le foto dai cinesi. Incredibile! Non pensavo fossero arrivati fin qua… C’era un anziano signore cinese vestito con abiti africani fatti di stoffa africana che parlava kriol, e africani vestiti da europei che lavoravano per conto dei cinesi.
A quanto mi ha detto M. hanno anche preso l’appalto per la ricostruzione del palazzo presidenziale distrutto durante la guerra civile del 1998-1999 e sicuramente si stanno adoperando per ricostruire mezza città. Non so cosa pensare. In fondo qualcuno dovrà pure impegnarsi per evitare che cada tutto a pezzi e qui nessuno ha abbastanza soldi da immolarsi a salvatore dell’urbanistica guineense.
Dal cinese si paga in anticipo: millecinquecento FCFA per otto fototessere. Sulle pareti sono appese foto di bambini e adulti in posa talmente opache e impolverate che probabilmente sono vent’anni che nessuno le muove da li. Mi fanno entrare in una stanzina senza finestra, un tipo mi fa togliere la tracolla e dopo aver scattato una foto mi chiede: - Qual tipo de documento tem que fazer?O cartão de residência. E con una smorfia di disappunto mi obbliga a indossare una camicia a righe che fa molto gangster anni settanta e che chissà quanta gente ha indossato prima di me.
Passo poi al consolato italiano per chiarire se col visto che ho sul passaporto ho già la possibilità di muovermi fuori e dentro il paese. L’appartamento è pulito, il divano è comodo e la perfezione con cui è arredato e curato stona con la fatiscenza della palazzina rosa.L’aria condizionata é prima una sorpresa, poi un piacere, poi un vago ricordo appena entro in contatto con l’aria stantia che respiro dieci minuti dopo nell’ufficio di F. e diventa poi il tema dei miei pensieri di tutto il pomeriggio. Ma chi l’ha inventata? E per chi l’ha inventata? Perché non tutti la possono avere? Ma è davvero indispensabile? Allora è un segno di potere anche questo? Non sono arrivata a nessuna conclusione in particolare ma quel che è certo è che l’aria condizionata rimane sempre e comunque un privilegio di pochi.
L’ufficio dove rilasciano la carta di residenza è stracolmo di gente, musulmani in maggioranza. Mi accoglie un’impiegata corpulenta, molto gentile, che mi consegna le pratiche e mi spedisce a registrare le impronte digitali dal suo collega che, senza parlare, mi afferra un dito alla volta e me lo spreme su un inchiostro umidiccio che ormai non tinge più. L’urgenza del cartão mi costa settemilacinquecento FCFA in più, ma vale la pena per un weekend in Senegal senza problemi amministrativi. La stanza è minuscola, ci sono dentro dieci persone che respirano in un caldo malato. L’impiegata sussurra per non farsi sentire anche se tutti stanno comunque ascoltando la nostra trattativa. Io non capisco nulla e urlo invece che abbassare la voce. La strada fuori è un viavai di persone. Salgo sulla moto, la puzza di marmitta mi sale al cervello e me ne torno a casa ridendo mentre penso alla scena precedente e all’occhiolino della sinhora che promette di chiamarmi presto per consegnarmi il cartão.