giovedì 8 novembre 2012

La mia piccola arca di Noé

Tra le varie discussioni con F. sulla velocità della luce, sulla brutta abitudine dei torinesi di abbreviare le parole e sulle difficoltà affrontate da un cooperante italiano in un paese come la Guinea Bissau, è emerso che un luogo comune di chi calpesta il suolo africano per la prima volta è il voler vedere con i propri occhi e nel loro habitat naturale gli animali esotici che abbiamo scoperto da piccoli solo tramite i viaggi di Licia Colò e il circo di Moira Orfei. Io per prima fantasticavo di leoni indisturbati per la strada e di alte giraffe mal nascoste tra i cespugli. La realtà? Solo capre e maiali che si aggirano tra la gente che cammina o legati agli alberi come fossero cani da guardia. Tutto sommato vivo in città, e come un orso bruno provocherebbe scandalo nel centro di Milano penso valga lo stesso per un rinoceronte bianco a Bissau. 

Ci sono però anche i miei cari amici rospi. Ogni sera passano davanti alla porta di casa per dare un saluto e ogni sera rischio di farli diventare purea grazie al mio passo indelicato. Per quanto provi ad evitarli camminando sgraziatamente in punta di piedi come è solito fare chi osa sfidare la sabbia rovente, c’è sempre uno di loro che non riesce a coordinarsi con i miei movimenti e zompa sotto la scarpa proprio al momento sbagliato. Nel nostro cortile si aggira poi titubante un’iguana. Non capisco se sia sempre la stessa, ma è uno spasso inseguirla per tutto il CIFAP e ridere davanti alla figura di un lucertolone sculettante che a fatica riesce a prendere velocità sul cemento. La stagione delle piogge è praticamente finita e con lei sono andate via anche un bel po’ di zanzare. In compenso è arrivata la stagione delle blatte al termine della quale mi autoregalerò una medaglia al valore se riuscirò a non perdere la testa per tutta la sua durata. Vedo blatte dappertutto, sono piccole, so che sono innocue e che anche loro hanno paura di me. Ma io le vedo ovunque e sento la loro presenza costante nella stanza. Passo il tempo a guardarmi intorno o a cercarle sotto il letto, resto immobile con l’insetticida a portata di mano in attesa di sentire il rumore delle loro zampette; mi accorgo, poi, che non posso vivere cosi' e mentre mi risiedo penso a L., e sorrido immaginandola al posto mio, lei, che soltanto la parola “blatta” la fa saltare a un metro da terra.

Se nella mia quotidianità sono circondata solo da corvi, cavallette, ragni, mosche ed avvoltoi, questo fine settimana ho avuto invece la fortuna di assistere a uno degli spettacoli più emozionanti che la natura ha da offrire. Se esistesse il tasto rewind per il film che stiamo vivendo vorrei tornare indietro ancora e ripetere almeno una volta sola quest’esperienza che è appena andata via. Siamo partiti in cinque per Poilão, l’isolotto più a sud dell’arcipelago delle Bijagós, per spiare le tartarughe di mare che proprio nelle notti di questo periodo dell’anno depongono le uova sulla spiaggia. Cinque ore totali di viaggio sul mare. Che poi è un oceano. Ed è pieno di squali. Sono subito bestemmie miste a preghiere mute mentre ogni onda colpisce il motoscafo, poi quasi un lento abituarsi a quel monotono sobbalzare e un seccante dolore alla schiena una volta toccata terra. Ma ne è valsa la pena. Ne è davvero valsa la pena. 
Dopo una cena razionata per paura di finire le provviste per il giorno dopo lasciamo il nostro accampamento in cerca delle bestiole. La luna è quasi piena ma tarda a venir su, per cui prima delle dieciemezza è impossibile vedere qualcosa. Ci muoviamo con le torce sulla riva ancora calda di sole africano ed ecco che sulla sinistra si avvicina una piccola ombra ciondolante. È un cucciolo appena nato, è solo e ci viene incontro attratto dalla luce. Mossi da un’infrequente tenerezza lo guidiamo fino al mare con la pila, lo seguiamo incitandolo come fanno i giocatori alle corse dei cavalli e talmente alta è la partecipazione emotiva che rischiamo di essere travolti da un’onda anomala mentre lo accompagniamo fino alla fine. È seriamente un’immagine che ha dell’incredibile; un fotogramma che a fatica potrò dimenticare. 

Passiamo poi tutta la sera e seguire le tracce lasciate sulla sabbia e ci appostiamo vicino a una tartaruga che sta finendo di scavare il suo ricovero. Le sue dimensioni sono straordinarie, i muscoli del collo sono tesi, possenti. Chissà quanti anni ha e quante volte è sbarcata fin qui per svolgere in tranquillità le sue funzioni riproduttive. Restiamo in silenzio per non spaventarla ed io mi incanto di fronte alla potenza del suo respiro. È violento, e mi vien quasi voglia di respirare insieme con lei come per condividerne lo sforzo. La assistiamo sin dall’inizio, la guardiamo accomodarsi, osserviamo meravigliati la cura con cui lascia scorrere le uova in fondo alla buca nella sabbia, la aspettiamo mentre si impegna a ricoprire la stessa buca dove ha deposto le uova per poi crearne un’altra da cui riesce ad uscire dopo solo quarantacinque minuti, quando ormai era l’unadinotte e quasi veniva voglia di alzarsi e di aiutarla con una spinta come si fa quando non parte il pandino arrugginito del novantadue. La scortiamo lentamente in processione e la salutiamo con un po’ di tristezza quando la vediamo sparire nell’alta marea. L’impresa è durata all’incirca quattro ore. Quattro ore di fatica tra il nascondersi, lo scavare, il deporre, lo scavare ancora e alla fine il trascinarsi esausta fino al mare e tornare alla vita di sempre. Tutto questo sforzo per nascondere nel luogo più sicuro possibile le sue uova, da cui nasceranno i suoi figli, dei quali pochi soltanto riusciranno a raggiungere l’oceano e ancora meno saranno quelli che sopravvivranno e che riusciranno a diventare grandi come lei. Sono figli che probabilmente non conoscerà mai. Ma li protegge. Ancora prima che vengano al mondo, li protegge. 

 È una lezione importante quella che viene dalle tartarughe di mare. Tra gli umani si é persa ormai del tutto l’attenzione alle generazioni future; è troppo impegnativo garantire una tutela a chi verrà dopo di noi, sono pochi i vantaggi immediati da poter ottenere e hanno scarsa importanza i motivi che dovrebbero spingerci a farlo. 

Giusto. 
Della conservazione della specie ci occuperemo quindi quando saremo rimasti in due. 
Magari entrambi maschi. 
Voglio vedere allora cosa ci inventeremo. 

2 commenti: